Terapia con la sabbia / Sandplay junghiano

Il gioco della sabbia junghiano si è sviluppato negli anni ’50 del secolo scorso. Partendo dalla «World Technique» della dott.ssa Margaret Lowenfeld, l’analista junghiana Dora Kalff lo ha approfondito attraverso la lente della psicologia analitica, con il sostegno di Carl Gustav Jung, denominando il metodo Sandplay.

Si fonda sulla creazione di uno «spazio libero e protetto», in cui il cliente, attraverso una cassetta di sabbia e figure in miniatura, costruisce scene del proprio mondo interiore. Le immagini spesso superano le parole: rivelano contenuti inconsci e stimolano la naturale tendenza della psiche all’autoregolazione e alla totalità.

La terapia può svolgersi autonomamente oppure insieme alla terapia verbale, soprattutto quando le parole non bastano. Come i sogni, anche le scene nella sabbia portano un significato simbolico e permettono un dialogo tra conscio e inconscio.

Come ha scritto Sonu Shamdasani, curatore del Libro Rosso di Jung:

«…una riflessione storica mostra che lo spirito della pratica delle immagini di Jung, il suo confronto con le proprie figure interiori, è più vivo nel gioco della sabbia che in altri ambienti junghiani.»
(Shamdasani, S. (2015). Jung’s Practice of the Image. Journal of Sandplay Therapy, 24, 1.)